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venerdì 9 dicembre 2016

L'uomo che verrà



Partiamo dal 4 dicembre. Quel giorno la grande maggioranza degli italiani si è pronunciata dicendo in modo chiaro che non intende rinunciare né ai principi né agli strumenti che la Costituzione della Repubblica Italiana si dette per mantenere attive e vitali le garanzie democratiche. E’ stato bello riscoprire che tanta gente, con opinioni politiche anche molto diverse, si ritrova ancora unita e concorde almeno su questa base fondamentale per la convivenza civile, come è giusto e normale che sia. Giusto e normale ma non scontato, perché le sollecitazioni in senso contrario sono state molte, assillanti e artatamente allettanti.
Eppure, con un’affluenza alle urne altissima per un referendum, ben il 60 percento degli italiani ha detto no alle scorciatoie decisioniste, all’accentramento dei poteri, agli uomini soli al comando. Non era la prima volta, perché anche nel 2006 ci fu un referendum analogo, per la “riforma” costituzionale imposta al parlamento dal governo Berlusconi. Anche in quell’occasione il martellamento mediatico non bastò al governo a piegare la volontà della maggioranza degli italiani, che nel 61 percento dei casi non si lasciò abbindolare e respinse al mittente il papocchio.  Vale la pena ricordare anche ai corti di memoria, che nel 2006 furono i partiti del centrosinistra a suonare la carica contro lo stravolgimento unilaterale della Carta imposto alle Camere da Berlusconi, ma fu solo il buon senso dei cittadini comuni a determinare il risultato. Allora come oggi.
Inutile dire che siamo sollevati e orgogliosi per questo risultato per il quale ci siamo battuti in condizioni spaventosamente impari, con nessun mezzo a disposizione a parte la nostra ostinata e forse ingenua volontà di lasciare a quelli che verranno dopo di noi un Paese non peggiore di quello che abbiamo trovato. Auguriamo a coloro che non sono ancora nati di trovare, magari tra vent’anni, un’Italia un po’ più onesta e libera dagli opportunismi faziosi. In cui il bene comune venga prima, incontestabilmente prima, degli interessi di parte. Auguriamo loro di trovare un Paese in cui sia ormai scontato pensare che le fondamentali regole di convivenza civile abbiano senso solo se concordate assieme agli altri. Dove la ricerca del dialogo non sia considerata una insopportabile perdita di tempo, ma un tratto fondamentale della democrazia. Dove la televisione di stato, finanziata dalle tasse di tutti, sia servizio pubblico e non al servizio del governo. 
Soprattutto gli auguriamo di essere capaci di pensare con la propria testa e di possedere la volontà e il coraggio delle proprie idee. 

Progetto per Volterra, Comitato cittadino per il NO

venerdì 2 dicembre 2016

La polpetta avvelenata

Il gentiluomo che qualche tempo fa lanciò bocconcini avvelenati ai cani e ai gatti dei Pratini e di altre aree verdi della città sa benissimo come funziona. Un bell’impasto con un po’ di carne fresca e appetitosa è fondamentale per avvolgere la stricnina e occultare la tossina dentro un involucro prelibato. Nessuna creatura cadrebbe nel tranello, se non fosse attratta da un’esca invitante messa lì a bella posta per far venire l’acquolina in bocca. L’impianto del referendum costituzionale somiglia ad una polpetta avvelenata, dove la pietanza stuzzicante è costituita dall’eliminazione di una parte dei senatori, l’abrogazione del CNEL e i presunti tagli di spesa, mentre il vero principio attivo che sta al cuore della revisione renziana è lo sbilanciamento dei poteri dal parlamento al governo e l’allontanamento degli strumenti decisionali dalla base dei cittadini verso il vertice della piramide, dove dimora il presidente del consiglio.Ovviamente nessuno avrebbe votato un referendum che si fosse limitato ad eliminare l’elezione diretta dei senatori da parte dei cittadini trasformandola in una nomina interna ai partiti, a trasferire una bella quota di potere dalle camere agli uffici del governo (organo molto meno rappresentativo), ad innalzare le soglie per la presentazione delle leggi di iniziativa popolare e per richiedere i referendum, senza l’esca di un paio di ingredienti falsamente anticasta, che permettesse a tutta la fanfara del governo di suonare fino alla noia i ritornelli renziani. Certo, è molto ingenuo da parte dell’elettore aspettarsi una riforma anticasta se a promuoverla è il fior fiore della casta stessa, ma se mettiamo in conto il martellamento propagandistico radiotelevisivo e di certi organi di stampa, il giochetto potrebbe anche riuscire. Resta il fatto incontrovertibile che tutto il complesso delle modifiche alla Carta coordinato con la legge elettorale allontana decisamente il Paese dal modello di una democrazia partecipata, spostando il timone delle decisioni nelle mani di una minoranza sempre più oligarchica, mille miglia lontana dai cittadini comuni. Il nuovo assetto dello Stato diviene ancor più tetro se guardato in prospettiva futura quando, a causa del combinato della Boschi-Renzi con la legge elettorale (Italicum), il nuovo parlamento somiglierà sempre di più al partito di maggioranza, tanto che ulteriori future riforme costituzionali troveranno molto più facilmente i due terzi dei suffragi, evitando perfino il passaggio referendario. La storia insegna che una volta imboccato il cammino dell’accentramento del potere, è aperta la strada per più decise svolte autoritarie, per esempio presidenzialistiche, mentre ogni tentativo di ritorno ad una democrazia bilanciata verrà reso assai arduo. Come è facile prevedere che risulterà sempre più difficile la nascita e la sopravvivenza di partiti nati dal basso realmente alternativi agli attuali, quando gran parte degli strumenti legislativi e decisionali sarà nelle mani del partito che occuperà l’esecutivo. Per questi motivi ritengo che sia importante votare No al referendum del 4 dicembre. Contrariamente a quanto recita lo slogan della parte opposta, non basta un segno su una scheda per far progredire questo Paese, ma è vero che il nostro segno sul simbolo sbagliato può certamente peggiorarlo.  

Fabio Bernardini

lunedì 21 novembre 2016

Perdere il diritto di voto per un caffè… all’anno!

Il cuore pulsante della modifica della carta Costituzionale, voluta dal duo Boschi-Renzi, è l’eliminazione del diritto di voto dei cittadini per l’elezione del Senato. Il nuovo Senato, invece di votarlo noi, diventerà uno splendido salotto in cui siederanno consiglieri regionali nominati altrove, al seguito dei soliti accordi di partito. Insomma, il governo Renzi ha pensato che i cittadini italiani hanno veramente troppi diritti: possono addirittura votare entrambe le camere parlamentari, proprio quelle chiamate a fare le leggi che si applicano sulle nostre teste. Ovviamente il premier sta molto attento a raccontare questa storia per il verso a lui più propizio. La storia che ci racconta, dice che vorrebbe la riduzione dei costi della politica e il numero delle poltrone. Racconta che diminuirà il numero dei senatori  risparmiando qualcosa come 500 milioni di euro. Poi, però, arriva la Ragioneria dello Stato, quelli che i conti li fanno per mestiere, e bacchetta il premier, che in matematica evidentemente ha qualche problema. I costi diminuiranno di soli 50 milioni di euro, perché il senato resta eccome, con tutto il suo personale dipendente, la sede, gli uffici distaccati, ect. La riduzione di spesa sarà una goccia nel mare dei costi della politica. Del tutto ininfluente per gli italiani… 90 centesimi di euro, neppure il costo di un caffè all’anno per italiano. Un costo peraltro che poteva essere risparmiato senza scomodare la Carta Costituzionale e senza cancellare altri diritti fondamentali dei cittadini, semplicemente votando la recente legge taglia-stipendi presentata alla camera il 26 ottobre scorso. Proposta di legge che stimava il risparmio sulla politica in 87 milioni di euro, ma purtroppo è stata bocciata per il voto contrario dei  parlamentari Pd e renziani in primo luogo.Davvero sorprendente! Allora sorge spontaneo un dubbio: come mai con tutti i costi che potevano essere risparmiati tagliando veramente i privilegi, si è scelto di tagliare proprio il diritto di voto di noi cittadini? Non sarà che l’obiettivo vero, non è far risparmiare agli italiani meno di un caffè all’anno, ma spogliarli dei pochi strumenti che ancora abbiamo per dire la nostra? Caro Renzi, non ci convinci, noi voteremo NO, perché vediamo distintamente una tendenza, nemmeno troppo nascosta, a limitare la rappresentanza e la sovranità popolare, per poi lascarti le mani libere di fare altri e più cruenti jobs-act, altre ben più aspre riforme delle pensioni.

Progetto per Volterra, Comitato cittadino per il NO

sabato 29 ottobre 2016

Referendum: non più local



Il DDl costituzionale sottoposto al referendum confermativo del prossimo 4 dicembre, ha tra le sue caratteristiche principali quella di incidere pesantemente  sui livelli decisionali locali. La proposta di riforma è costellata da tutta una serie di interventi tesi a comprimere gli spazi di manovra delle varie amministrazioni locali in tutte le loro articolazioni, al fine evidente di rafforzare in misura spropositata la supremazia dello stato centrale. Lo stato, ad esempio, sottrae alle regioni il potere di decidere su temi fondamentali di rilevanza territoriale come la tutela dell’ambiente, sottraendo loro  ogni possibilità di governo del proprio territorio. Stesso discorso per le politiche sociali, la tutela della salute , l’istruzione e la formazione professionale. In sostanza viene eliminata la competenza concorrente tra stato e regioni e imposta la c.d. “clausola di supremazia”. La scelta, in questi termini, è fortemente pericolosa per varie ragioni. In questi anni è già stato oggetto di un duro scontro la ridotta capacità dei comuni di poter incidere su certe materie che hanno una ricaduta diretta sui propri territori e che sono di competenza regionale, figuriamoci cosa succederà spostando ancora più in alto il livello decisionale che, lo ricorda la riforma, opera principalmente “ ai fini della tutela della Repubblica e dell’interesse nazionale”. Ricordiamo che in lunga sequenza di anni di crisi economica e di austerity la spesa pubblica è stata contratta, spesso forzosamente, a danno di tutte le amministrazioni locali, ma è sempre cresciuta a causa dello stato centrale. Che non riesce in nessun modo a dimostrare sobrietà.
La riforma Renzi-Boschi non è stata scritta con la testa rivolta alle persone, cercando di preservare le esigenze locali fisicamente più vicine ai cittadini. Eppure l’esperienza ha dimostrato che più si allontana il centro decisionale più diventa difficile per gli enti locali, tra cui  i Comuni, che sono la realtà più prossima ai cittadini, riuscire ad intervenire sulle esigenze particolari del proprio territorio. Ridurre il pluralismo politico e indicare “l’interesse nazionale”, come obiettivo primario da perseguire, non è affatto il segno di modernizzazione del paese, ma di una pesante chiusura al confronto democratico e dell’assenza di considerazione per le numerose e diverse esigenze, espresse dalle realtà locali in un territorio così ricco come quello italiano. L’esperienza dimostra che non possiamo credere ad una presunta “maggiore efficienza” del livello centrale rispetto quello locale. Semmai è esattamente il contrario. Lo Stato da anni impone i tagli drastici alle istituzioni locali, costringendole a lavorare con sempre risorse risicate tagliando servizi e alienando beni pubblici. Tutto questo quando sprechi enormi e incontrollati sono sempre più concentrati proprio nel bilancio dello stato, la cui macchina amministrativa elefantiaca assorbe in modo abnorme le risorse pubbliche, senza che mai nessuno sappia davvero dove i nostri soldi si perdono.
Chi volesse approfondire questo e altri aspetti della “riforma” costituzionale elaborata dal governo Renzi può partecipare ad uno dei due prossimi eventi organizzati dal Comitato del No. Il primo, in ordine di tempo, è la Riunione del Comitato del NO -  Volterra, che si terrà la sera di venerdì 28 ottobre alle ore 21,30 nella sala comunale di Casa Torre Toscano in Piazzetta San Michele.
La seconda serata, più concentrata sull’informazione, sarà l’incontro/conferenza dell’avvocato Felice Besostri, giustamente famoso per la battaglia legale vinta contro il Porcellum, dichiarato infine incostituzionale dalla Consulta. L’incontro pubblico si terrà il giorno 4 Novembre alle ore 21,15 presso la sala del Maggior Consiglio di Palazzo dei Priori a Volterra e punterà ad approfondire la sostanza delle modifiche costituzionali oggetto del prossimo referendum.
Progetto per Volterra – Comitato cittadino per il NO



Referendum sulla Costituzione: perchè NO




Solo pochi mesi dopo il silenzio imposto dall’alto sul referendum sulle trivelle così da far mancare il quorum, ci ritroviamo nel mezzo di un clamoroso trambusto mediatico per il referendum costituzionale su cui Renzi ha deciso di giocarsi una bella fetta dei suoi destini politici. Infatti, si vede bene che il presidente del consiglio per vincere è disposto a tutto. A cominciare dal palese abuso delle posizioni di governo. A cominciare dagli spazi sulla TV pubblica. Gli ultimi dati pubblicati riguardo ai TG riferivano, infatti, del 78% del tempo dedicato alle ragioni del Sì contro soltanto il 22% concesso ai sostenitori del No. Poi l’AGICOM ha interrotto la pubblicazione dei dati sul pluralismo dell’informazione nelle TV di Stato, come denunciato dal presidente della commissione di vigilanza sulla RAI, Fico. Non stupisce che molti dei rappresentanti del PD che si scagliavano a gran voce contro gli abusi propagandistici dei governi Berlusconi sui canali RAI, adesso siamo artefici e sostenitori di comportamenti identici e perfino peggiori, come dimostra il siluramento annunciato per fine stagione di una delle poche giornaliste RAI davvero coraggiose, Milena Gabanelli di Report. Del resto, anche l’iter parlamentare imposto alla “riforma” costituzionale è stato illuminante, costellato da voti di fiducia, ricatti e forzature regolamentari per imporre a tutto il parlamento una lunga serie di modifiche costituzionali decise solo da una parte. La politica italiana è talmente scaduta, che scorrettezza e incoerenza sono il (cattivo) pane quotidiano che ci viene propinato a secchiate, senza tanti complimenti. Pochi ci fanno ancora caso. Ma basta spegnere un attimo la TV e riflettere sul testo delle modifiche, per comprendere dove la nuova costituzione, imposta al Parlamento dal governo Renzi, andrà a parare. La sostanza della posta in gioco del prossimo referendum costituzionale non è certo la forma pasticciata che assumerà il nuovo Senato: quella è solo l’esca escogitata per far ingolosire gli elettori più sprovveduti. Il punto nodale è invece l’abbandono sostanziale degli equilibri mantenuti dalla costituzione vigente e l’inaugurazione di un sistema a democrazia dimezzata. A nostro avviso, il principale problema della nostra costituzione è la sua mancata applicazione circa numerosi aspetti, a favore di una prassi imposta dai vertici dei partiti sempre più accentratori e refrattari a sottoporsi al controllo. Il sistema progettato dalle modifiche costituzionali del duo Renzi-Boschi sposterà ancora più (e in modo difficilmente reversibile) le redini del potere dal parlamento (organo dove tutte le componenti della società sono rappresentate) all’esecutivo e sulle segreterie dei partiti, che riservandosi, grazie all’Italicum (versione renziana del Porcellum), il potere di nomina dei futuri candidati alla camera e senatori, potranno controllare strettamente i parlamentari. Non a caso si sono schierati per il No tutti i i più autorevoli costituzionalisti italiani, da Gustavo Zagrebelsky a Valerio Onida, passando per Lorenza Carlassare.Di fatto, salterà l’equilibrio tra governo e parlamento, e il criterio del bilanciamento dei poteri, tanto caro ai costituzionalisti del dopoguerra che bene o male ha garantito per circa un sessantennio uno sviluppo abbastanza equilibrato, una sanità e una scuola per tutti e un bagaglio di diritti fino ad allora sconosciuti agli italiani. Vale la pena di richiamare il documento di analisi redatto dalla potente agenzia finanziaria Jp Morgan nel 2013,  in cui si affermava che le costituzioni di alcuni paesi dell’Europa mediterranea dovevano essere cambiate con urgenza, a partire da quella italiana. Per le ragioni che queste tendono a tutelare i diritti dei lavoratori e garantiscono la licenza di protestare e dove si dichiara apertamente che: “le Costituzioni nate dalla vittoria sul nazi-fascismo consegnano eccessivo potere ai parlamenti rispetto agli esecutivi ed eccessivo potere agli enti locali rispetto ai governi centrali”. Troppa democrazia, dunque, fa male alla finanza, che non riesce a spremere quanto potrebbe da alcune nazioni europee. Ed ecco arrivata a tappe forzate la riforma costituzionale scritta ad hoc e imposta al parlamento dal giovane segretario del PD e capo del governo, con una spruzzata di populismo per farla digerire agli elettori e tutti gli ingredienti richiesti da oltre oceano. Con la benedizione dell’ambasciatore John Phillips e di Marchionne.  
                                                                                                                               Progetto per Volterra



lunedì 28 luglio 2014

Opps, la "tagliola" è incostituzionale

La Costituzione Italiana
Articolo 72

Ogni disegno di legge, presentato ad una Camera è, secondo le norme del suo regolamento, esaminato
da una Commissione e poi dalla Camera stessa, che l'approva articolo per articolo e con votazione finale.
Il regolamento stabilisce procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l'urgenza.
Può altresì stabilire in quali casi e forme l'esame e l'approvazione dei disegni di legge sono deferiti a
Commissioni, anche permanenti, composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi
parlamentari. Anche in tali casi, fino al momento della sua approvazione definitiva, il disegno di legge è
rimesso alla Camera, se il Governo o un decimo dei componenti della Camera o un quinto della
Commissione richiedono che sia discusso e votato dalla Camera stessa oppure che sia sottoposto alla sua
approvazione finale con sole dichiarazioni di voto. Il regolamento determina le forme di pubblicità dei
lavori delle Commissioni.
La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i
disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di
autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.

sabato 14 settembre 2013

Nasce a Volterra il Comitato per il rispetto della Costituzione

Il Tirreno 14 Settembre 2013

La Costituzione non si cambia, si applica.


  • Mentre tutta l'attenzione dei principali media nazionali è rivolta alla condanna di Berlusconi e agli espedienti che potrà trovare per restare comunque a galla, il governo delle larghe intese, sotto impulso e stretta sorveglianza del Presidente Napolitano, continua a sostenere che per condurre il Paese fuori dalla crisi è prioritario il rinnovamento del nostro sistema istituzionale.
  • Cosa intendono modificare? La forma di governo, il bicameralismo, la relazione fra Stato e Regioni, contenuti nei titoli I-II-III e V della parte seconda della Costituzione. Tutto questo, sia pur detto per inciso, non potrebbe non avere conseguenze anche sulla prima parte della Costituzione, quella che si dice non volere violare. Primo obiettivo dichiarato il presidenzialismo, ipotesi già bocciata dai cittadini al referendum confermativo del giugno 2006, quando oltre 15 milioni e 470 mila italiani risposero “No” alla riforma costituzionale allora approvata da una maggioranza parlamentare di centro-destra.
  • La ricetta è di nuovo il presidenzialismo? Come ha osservato giustamente Gustavo Zagrebelsky l’introduzione del presidenzialismo nel nostro paese “si risolverebbe in una misura non democratica, ma oligarchica. L’investitura d’un uomo solo al potere non è precisamente l’idea di una democrazia partecipativa che sta scritta nella Costituzione”.
  • Come stanno procedendo? Utilizzando una deroga illegittima all'art. 138 della stessa Costituzione, quindi applicando una procedura abbreviata e monca, studiata appositamente per schivare le principali forme di tutela della legge fondamentale della Repubblica, così come hanno ripetutamente segnalato numerosi costituzionalisti, tra i quali Alessandro Pace. Secondo Rodotà sono rivelatrici le parole adoperate nella risoluzione parlamentare: “una procedura straordinaria di revisione costituzionale”. L’abbandono della linea indicata dalla Costituzione è dunque dichiarato.
  • Chi detta l'agenda? E' rivelatore il rapporto sull’area euro redatto dalla ciclopica società finanziaria J.P. Morgan (28 maggio), secondo cui «all’inizio della crisi, si pensava che i problemi nazionali fossero di natura economica, ma si è poi capito che ci sono anche problemi di natura politica. Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale, sorti in seguito alla caduta del fascismo, hanno caratteristiche non adatte al processo di integrazione economica, (…) e sono ancora determinati dalla reazione alla caduta delle dittature. Queste Costituzioni mostrano una forte influenza socialista, riflesso della forza politica che le sinistre conquistarono dopo la sconfitta del fascismo. Perciò questi sistemi politici periferici hanno, tipicamente, caratteristiche come: governi deboli rispetto ai parlamenti, stati centrali deboli rispetto alle regioni, tutela costituzionale del diritto al lavoro, consenso basato sul clientelismo politico, diritto di protestare contro ogni cambiamento. La crisi è la conseguenza di queste caratteristiche. (…) Ma qualcosa sta cambiando: test essenziale sarà l’Italia, dove il nuovo governo può chiaramente impegnarsi in importanti riforme politiche».
  • Che fare? 1) Come sempre è di primaria importanza documentarsi (più giornali e internet e meno Tv). 2) Firmare la petizione promossa dal Fatto Quotidiano. 3) Aderire ad uno dei comitati che stanno nascendo per la difesa della Costituzione. 4) Partecipare alla manifestazione che Sabato 12 Ottobre si terrà a Roma per dire che la Costituzione è la “via maestra” per realizzare la società che vogliamo. 
    Progetto Originario


lunedì 11 aprile 2011

Lettera a un presidente

Lettera aperta al Presidente della Repubblica

11 Aprile 2011

Signor Presidente,
lei non può certo conoscere i nostri nomi: siamo dei cittadini fra tanti di quell’unità nazionale che lei rappresenta.
Ma, signor Presidente, siamo anche dei “ragazzi di Barbiana”. Benchè nonni ci portiamo dietro il privilegio e la responsabilità di essere cresciuti in quella singolare scuola, creata da don Lorenzo Milani, che si poneva lo scopo di fare di noi dei “cittadini sovrani”. Alcuni di noi hanno anche avuto l’ulteriore privilegio di partecipare alla scrittura di quella Lettera a una professoressa che da 44 anni mette in discussione la scuola italiana e scuote tante coscienze non soltanto fra gli addetti ai lavori.
Il degrado morale e politico che sta investendo l’Italia ci riporta indietro nel tempo, al giorno in cui un amico, salito a Barbiana, ci portò il comunicato dei cappellani militari che denigrava gli obiettori di coscienza. Trovandolo falso e offensivo, don Milani, priore e maestro, decise di rispondere per insegnarci come si reagisce di fronte al sopruso. Più tardi, nella Lettera ai giudici, giunse a dire che il diritto – dovere alla partecipazione deve sapersi spingere fino alla disobbedienza: “In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando avallano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate”.
Questo invito riecheggia nelle nostre orecchie, perché stiamo assistendo ad un uso costante della legge per difendere l’interesse di pochi, addirittura di uno solo, contro l’interesse di tutti.
Ci riferiamo all’attuale Presidente del Consiglio che in nome dei propri guai giudiziari punta a demolire la magistratura e non si fa scrupolo a buttare alle ortiche migliaia di processi pur di evitare i suoi.
In una democrazia sana, l’interesse di una sola persona, per quanto investita di responsabilità pubblica, non potrebbe mai prevalere sull’interesse collettivo e tutte le sue velleità si infrangerebbero contro il muro di rettitudine contrapposto dalle istituzioni dello stato che non cederebbero a compromesso. Ma l’Italia non è più un paese integro: il Presidente del Consiglio controlla la stragrande maggioranza dei mezzi radiofonici e televisivi, sia pubblici che privati, e li usa come portavoce personale contro la magistratura. Ma soprattutto con varie riforme ha trasformato il Parlamento in un fortino occupato da cortigiani pronti a fare di tutto per salvaguardare la sua impunità.
Quando l’istituzione principe della rappresentanza popolare si trasforma in ufficio a difesa del Presidente del Consiglio siamo già molto avanti nel processo di decomposizione della democrazia e tutti abbiamo l’obbligo di fare qualcosa per arrestarne l’avanzata.
Come cittadini che possono esercitare solo il potere del voto, sentiamo di non poter fare molto di più che gridare il nostro sdegno ogni volta che assistiamo a uno strappo.
Per questo ci rivolgiamo a lei, che è il custode supremo della Costituzione e della dignità del nostro paese, per chiederle di dire in un suo messaggio, come la Costituzione le consente, chiare parole di condanna per lo stato di fatto che si è venuto a creare. Ma soprattutto le chiediamo di fare trionfare la sostanza sopra la forma, facendo obiezione di coscienza ogni volta che è chiamato a promulgare leggi che insultano nei fatti lo spirito della Costituzione. Lungo la storia altri re e altri presidenti si sono trovati di fronte alla difficile scelta: privilegiare gli obblighi di procedura formale oppure difendere valori sostanziali. E quando hanno scelto la prima via si sono resi complici di dittature, guerre, ingiustizie, repressioni, discriminazioni.
Il rischio che oggi corriamo è lo strangolamento della democrazia, con gli strumenti stessi della democrazia. Un lento declino verso l’autoritarismo che al colmo dell’insulto si definisce democratico: questa è l’eredità che rischiamo di lasciare ai nostri figli. Solo lo spirito milaniano potrà salvarci, chiedendo ad ognuno di assumersi le proprie responsabilità anche a costo di infrangere una regola quando il suo rispetto formale porta a offendere nella sostanza i diritti di tutti. Signor Presidente, lasci che lo spirito di don Milani interpelli anche lei.
Nel ringraziarla per averci ascoltati, le porgiamo i più cordiali saluti
Francesco Gesualdi, Adele Corradi, Nevio Santini, Fabio Fabbiani, Guido Carotti, Mileno Fabbiani, Nello Baglioni, Franco Buti, Silvano Salimbeni, Enrico Zagli, Edoardo Martinelli, Aldo Bozzolini
 
http://letteraaunpresidente.wordpress.com/

mercoledì 13 ottobre 2010

Corruzione e amicizia


"Dietro ogni articolo della Carta Costituzionale stanno centinaia di giovani morti nella Resistenza, quindi la Repubblica è una conquista nostra e dobbiamo difenderla, costi quel che costi. Ma dobbiamo difenderla anche dalla corruzione. La corruzione è una nemica della Repubblica. I corrotti devono essere colpiti senza nessuna attenuante, senza nessuna pietà. E dare loro solidarietà, per ragioni di amicizia o di partito, significa diventare complici di questi corrotti ... Guai se qualcuno, per amicizia o solidarietà di partito, dovesse sostenere questi corrotti e difenderli... la legge sia implacabile, inflessibile contro i protagonisti di questi scandali, che danno un esempio veramente degradante al popolo italiano".

(Sandro Pertini, Presidente della Repubblica dal 1978-1985)